| Albanese, Corica, Monteleone e tanti altri: alla ‘ndrangheta non piace il giornalismo “scomodo” |
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| Lunedì 08 Febbraio 2010 19:59 |
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Con ogni probabilità a parecchi sta bene così, che la Calabria sia sempre e comunque in affanno, salvo poi farle credere che può farcela ma poi di nuovo giù; di certo, ad aiutarla a stare in piedi ci prova senz’alcun dubbio la categoria dei giornalisti, una categoria da sempre messa in discussione, come la categoria degli arbitri, tanto per fare un esempio, perché ogni articolo pubblicato dev’essere sottoposto all’insindacabile giudizio dei lettori, com’è giusto che sia, del resto, anche perché non è che i giornalisti siano immuni da pecche e/o errori, più o meno venali. L’importante è che non ci sia la malafede, quella no, che fa la differenza rispetto allo spazio coperto su carta o nel web come nel caso della presente testata giornalistica. Purtroppo, in Calabria, tutti gli articoli giornalistici sono comunque nell’occhio del ciclone, financo quelli della partita in oratorio in considerazione del fatto che si legge nel 99% dei casi con gli occhi imbevuti di “cultura del sospetto”, additando colui che ha scritto in atteggiamento malevolo; peggio che mai quando di mezzo ci sono articoli cosiddetti “scottanti”, che ineriscono le altrimenti definite “zone grigie”, gli apparati, i manovratori di turno, relativamente per lo più all’economia, ai soldi, al potere. A tutto quello che, in buona sostanza, accresce il potere della criminalità organizzata come nel caso in ispecie della ‘ndrangheta, fatturando quest’ultima oltre 100 miliardi di euro all’anno, che ne fanno la prima azienda italiana in un poco invidiabile primato. Tutt’altro, molto triste. Tristissimo. In tal caso, c’è chi ossequia il mestiere del giornalista scrivendo e riportando fatti, circostanze, situazioni, numeri. Che non fanno piacere a chi non vuole che si sappia. Ed agisce, con la prepotenza e l’arroganza tipica di chi detiene il potere. Ed intimidisce, “invitando” a non scrivere. A farsi gli affari propri, com’è recentemente accaduto a Michele Albanese, giornalista de “Il Quotidiano della Calabria; ad Antonino Monteleone, giornalista de “Il fatto quotidiano” e blogger; ad Angela Corica, giornalista di “Calabria Ora”. Giornalisti calabresi. Al maschile ed al femminile, segno che la ‘ndrangheta non guarda in faccia nessuno: guarda la firma, se dà fastidio bisogna “avvertirla” di non farlo più. Bruciando la macchina, o sparandole addosso, o tagliando le gomme. E fine delle trasmissioni. Pensano loro… Ed invece no! Perché come si è sempre detto e sottolineato “la ‘ndrangheta sbaglia indirizzo”, e soprattutto sbaglia, unitamente a tutti i suoi annessi e connessi, dentro e fuori tutte le istituzioni possibili ed immaginabili con cui è collusa e disillusa, volendo tenere la Calabria in una condizione di arretratezza mentale, economica, sociale, religiosa e quant’altro. Per fare i propri comodi, e soprattutto deprimendo quelle che sono le forze vitali del territorio, quelle che vorrebbero emergere e far vedere il volto positivo come Michele Albanese, Angela Corica, Antonino Monteleone e quanti come loro che anche nel silenzio, soffrendo, esercitano con dignità la professione di giornalista. Per il bene della regione. A tutti loro rinnovo la personale vicinanza e l’invito a proseguire: insieme possiamo farcela. Dobbiamo farcela anche per chi ci sarà dopo di noi. |





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Cerca di rialzare la testa. E quando sembra che stia per riuscirci, nuovamente cade giù. In ginocchio, per terra come la peggiore fra le regioni italiane, o almeno così la si fa credere la Calabria da 149 anni a questa parte, da quel benedetto (?) 17 marzo 1861 in cui avvenne l’Unità d’Italia: una terra, la Calabria, da allora e fino a tutt’oggi in emergenza, che non ne vuole sapere di vivere in una condizione normale. Perché la normalità è un optional, non come da altre parti dove invece tutto procede secondo copione. 
